Francesco Franconeri





LA VITA STESSA












Nota

Le vicende raccontate in questo libro sono di fantasia;

e di fantasia sono i personaggi che le animano.

Vitaliate non esiste come toponimo, né – per esempio – esistono come toponimo Rigolo d'Adda o Pirolo.

Ma esistono quei luoghi ed esiste quel mondo. Esistono le persone, dovunque siano.

Ho scritto di queste zone italiane non perché le persone che le abitano – e le loro vicende – siano peculiari.

Abitiamo tutti la vita, tutti abitiamo Vitaliate.

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1.

VITALIATE



Il ponte

Difficile capire dove finisce l'acqua e dove comincia la nebbia.

Una nebbia fredda e bianca, luminosa per il sole che già la impregna. Sembra che aliti ogni tanto a fiotti più densi, gorgogliando: ma è il fiume che scorre ampio e costante sebbene lo si scorga solo a lembi improvvisi e fumosi ogni volta che l'argine sul quale i due pescatori camminano scende di colpo.

L'ultima piena ha appiccicato agli arbusti una melma grigia e viscida, lucida; e ai rami brandelli di plastica sporca, bianca, rosa e azzurrina. Bottiglie e altri detriti di latta e plastica spuntano tra i sassi e l'erba giallastra dove ogni tanto schizzano le sagome scure e umidicce dei ratti.

L'aria ha l'odore denso del fiume.

I rumori del traffico rimbombano dal ponte tuttora invisibile ma lontano non più di un centinaio di metri.

I due pescatori sono vestiti alla stessa maniera: giacconi verdi e cappucci di maglia, i lunghi stivali di gomma arrotolati alla moschettiera, le borse di tela a tracolla, e appesi al fianco i sacchetti con il loro brulicante contenuto di larve di mosca carnaria. Spuntano dalle borse le canne telescopiche.

Camminano senza parlare, uno avanti e l'altro dietro: ogni tanto quello che precede – più anziano, abbronzato in faccia – si ferma imitato dall'altro: guardano verso l'acqua che non si vede se non a tratti.

Il più giovane è piccolo e magro, con una faccia rotonda sotto il cappuccio verde – una faccia livida, d’un livido ancor più fondo sotto e intorno agli occhi.

Oltrepassano un breve filare di giovani salici e poi, piantando forte i calcagni degli stivali, scendono una scarpatella di terra molliccia fino ai ciottoli lambiti dall'acqua del fiume che lì è trasparente e bassa. Improvvisi, sulla destra, affiorano e sorgono dalla nebbia i piloni del ponte.

Ora la nebbia qua e là si sfilaccia lasciando scintillare un'acqua talmente verde da sembrare oleosa, tranquilla – ma certi mucchietti d'erba filano via rapidissimi sulla superficie.

Il più anziano dei due pescatori si ferma. Dice: «Dall'altra parte del ponte c'è il raschio e una passata più lunga».

«Sempre che si riesca a vedere qualcosa».

«La nebbia si scioglie subito, Luna. Montiamo le canne, una pasturata e via.» Ripigliano in direzione del ponte. Oltre i pilastri e tutt'intorno affiora sbiadito Vitaliate, un biancore di case schierate lungo l'argine opposto, qualche androne aperto sui letami, poi nulla. Poi ancora case, grigie e altre gialle a ridosso del campanile. Col sole giungono il latrato di un cane, il roco strillo di un gallo, voci portate dall'acqua. In alto, sul ponte, sobbalza scintillando un torpedone.

Il pescatore più giovane, quello con la faccia rotonda, cambia di spalla alla borsa e vede il compagno fermarsi più bruscamente del solito. Lo sente esclamare, «Ehi, il Sandro è già qui.» C’è una sacca di tela adagiata sull'argine. «Starà provando la passata, più avanti.» Cambia anche lui di spalla alla borsa, poi: «Conosce certi punti, il Sandro Bergamaschi, che non vuole che nessuno ci arrivi prima di lui. Quello ci vede anche con la nebbia. Riesce a tirar su cavedani dove per noi c'è soltanto il vento che passa. Onore al merito.»

A ridosso dei massicci piloni di cemento che sorreggono il ponte la nebbia dirada fino a sparire, per poi riaddensarsi dove il fiume più avanti s'incurva tra gli alberi. Ai richiami dei galli si alternano, sordi, i muggiti delle vacche nelle stalle. Nel tratto coperto dal ponte il fiume sembra più lento e profondo. Calano dall'alto scricchiolii, lo stridio di pneumatici attutito dall'eco, grosse gocce d'acqua sonore.

Lo scorgono appoggiato al secondo pilone.

«Visto?» avverte il più anziano. «Eccolo il Sandro». Ne ha riconosciuto lo smanicato rosso imbottito e il vecchio cappello d'alpino: seduto contro il cemento grigio l'uomo sta come piegato di lato. Non pesca. Gli vedono accanto la lunga canna arancione, non rivolta all'acqua bensì puntata verso i sassi che da questa parte dell'argine separano i due alti sostegni del ponte. Il pescatore osserva l'inclinazione della canna e poi l'uomo che non si muove. «Mi sa che sta male. Dai!»

L'uomo appoggiato al pilone è immobile. Mentre si avvicinano i due pescatori ne notano la fissità, la piega strana del braccio proiettato di lato. Una piccola sagoma scura gli saetta da dietro la schiena tuffandosi in acqua.

«Ratti schifosi», borbotta ansimando il pescatore più anziano.

Ma già sono al fianco dell'uomo, e davanti. Gli vedono gli occhi aperti, le mascelle serrate, le labbra una piega maligna. È un uomo possente, i capelli grigi come la ghisa. Dal collo, proprio sotto l'orecchio sinistro, gli spunta il manico d'un coltello. Il sangue ha intriso tutto un lato del giubbotto e poi s'è raccolto sul cemento in una pozza oblunga e vischiosa. Ha bagnato anche il sacchetto di larve rovesciato per terra: i due pescatori le vedono a decine – vermiciattoli bianchicci che strisciano dimenandosi nel sangue, che cercano calore nelle pieghe del giubbotto dell'uomo, ne risalgono la manica, il bavero, s'insinuano viscidi nella crespa delle labbra e su per le narici, gli solcano gli occhi spalancati asciutti e fermi.

Il pescatore più giovane adesso ha intorno alle labbra un livore più cupo. L'altro continua a fissare il manico che spunta dal collo dell'uomo. «È morto», sussurra appena; poi alza lo sguardo verso il ponte che li sovrasta. Si sente passare lo sconquasso di un camion e una motoretta che gracchiando va via.




Una discarica

Mezzogiorno meno venti. Un viottolo di terra battuta, buche con l'acqua melmosa dell'ultima pioggia. L’alfetta blu dei carabinieri procede cercando di evitare quelle più grosse.

Il sole tiepido ha sciolto l'umidità del primo mattino. Il viottolo finisce in uno slargo di terra giallastra circondato da grandi mucchi di immondizie e calcinacci. Intorno, la campagna: alberelli con le piccole pallide gemme, tratti d'erba e campi divisi da rogge, un filare di tralicci.

Sullo spiazzo terroso sono fermi un furgone e un'altra alfetta blu. Quattro uomini in uniforme parlottano tra loro. Un altro, coi gradi di tenente, sta scrivendo qualcosa su un taccuino.

L'alfetta compie lentamente un semicerchio e si ferma davanti al gruppetto. Dal lato del volante scende un milite, dall'altro un uomo piccolo e tozzo che indossa un loden verde.

«Ciao dottore…» lo saluta il tenente Fincato che è alto, magro, con due lunghe rughe sulle guance e due altre più brevi e più profonde incise ai lati della bocca. I baffi sono sottili e grigi come i capelli.

«Salve, Fincato. Cosa abbiamo?»

«Un casino.» L’ufficiale osserva bieco la squallida distesa di rifiuti.

«Risparmiami i lamenti», borbotta l'uomo con il loden.

«Come no? L'anno scorso in dodici mesi abbiamo totalizzato otto incidenti stradali di cui soltanto uno grave. Più un morto drogato, ma era di passaggio. E ieri ecco un ragazzo con la testa spappolata da un colpo di fucile sparato in bocca. Nel box di suo fratello. Poi stamattina presto il Bergamaschi sgozzato mentre pesca praticamente in mezzo al paese. E adesso guarda qua. Le undici, e ho buttato giù quattro compresse.»

«Fincato, di casini mi bastano i miei. Dov'è?»

«Nell'immondizia», replica scuro il tenente. «Basta seguire il naso. Impossibile sbagliare.»

L'uomo con il loden va dietro a due carabinieri e il tenente lo segue fino a un mucchio di rifiuti.

«Sapete chi è?»

Il tenente legge da una carta d'identità. «Banfi Luigia. Nata il 13 aprile 1934 a Goito. Residente in Vitaliate. Coniugata Bettoni. Casalinga». Alza lo sguardo e soggiunge, «Prostituta. Nota come Luisita. Abitava in frazione Cantalamessa. Il marito è emigrato in Germania da quattro o cinque anni, mai più sentito.»

L'uomo in borghese si china tirandosi il loden sulle ginocchia. Osserva per qualche secondo il corpo riverso contro una montagnola di sacchi di plastica dai quali si leva un odore greve e rancido. La donna ha i capelli biondicci e neri alla radice, la pelle livida. L'uomo la tasta qua e là. Poi scrive su un taccuino.

Il tenente Fincato osserva dall'alto. «Probabile marchetta. Qui ci vengono regolarmente. Stavolta ha scelto male il cliente.»

«Incerti del mestiere.» L'uomo col loden prosegue il suo esame, solleva un braccio del cadavere, lo lascia ricadere. «Trentanove anni e guarda com’è ridotta. Ne dimostra più di cinquanta. A chi poteva piacere?»

La donna è piegata lievemente di fianco, la spalla sinistra appena sollevata da un sasso. Una manciata di fazzoletti di carta le fuoriesce dalle labbra aperte. Ha le ginocchia scorticate e sporche di sangue, intorno alle caviglie un paio di mutandine celesti. La peluria castana del pube appare rada, come strappata. Le cosce divaricate lasciano intravedere una bottiglietta di Coca Cola.

«Okay.» L'uomo col loden si rialza. 

«Dottò», gli fa un milite che si è chinato sul cadavere. «Che so’ sti segnetti sulla faccia? Sembrano punture.»

«Morsi di ratto.» L'uomo in borghese si volta verso il carabiniere che l'ha accompagnato: «Possiamo andare.»

Quello chino sulla donna indica a un commilitone la bottiglietta di Coca Cola. «Ehi, Iacullo. Ti andrebbe un sorso? O preferisci una sniffata?»

Un riso rauco si sparpaglia tra i mucchi di rifiuti.

L'uomo col loden raggiunge l'alfetta accompagnato dal tenente. «Appena avete fatto, chiamatemi. Mi raccomando, Fincato, che le impacchettino bene le mani. Le voglio esaminate, quelle unghie.» Sospira guardandosi intorno. «Okay, muoviamoci.» Si gira un istante a osservare il volto segaligno del tenente. «A proposito, Fincato. Piantala con quelle tue compresse, mica sono mentine. Micidiali per lo stomaco, altro che curartelo.» Lancia un’ultima occhiata intorno. «Io vado. C’è bisogno d’altro?»

«Magari un caffè non ci starebbe male.»

«Fincato, invece per te il caffè è proprio male.»


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2.

SÌ, L’ENRICA È MORTA



«Alberto, forse è meglio se andiamo di là.»

Alle parole che il tenente Fincato gli rivolge senza un sorriso l’uomo dietro il lungo banco della pasticceria s’irrigidisce. È alto, grigio di pelle e di capelli. Ha le spalle curve di chi da una vita sta piegato sul lavoro. Si asciuga le mani con un canovaccio, poi brontola qualcosa alla commessa intenta a disporre dei dolci nella vetrina.

Il retrobottega della pasticceria di Alberto Moretti è un po’ ripostiglio e un po’ tinello. Su un tavolino accanto alla credenza c’è un televisore acceso ma senza l'audio. Alcuni scatoloni stanno accatastati qua e là contro le pareti. Nell'aria, odore di vaniglia e caffè.

«Tua moglie?» domanda Fincato.

«Tina è andata a Fano per sua sorella. Com'è che me lo chiedi?»

«Volevo parlare anche con lei.»

Alberto Moretti spegne il televisore e si lascia andare con un grugnito su una seggiola accanto al tavolo. «Con quella faccia che hai, mi sa che mi conviene sedermi.»

Fincato gli si mette davanti, in piedi. «Alberto, da quando non vedi l'Enrica?»

L'uomo adesso lo guarda con attenzione. «Mia figlia? Da ieri sera.»

«Stamattina non è andata a lavorare, vero?»

«Come fai a sapere che – avranno mica telefonato anche ai carabinieri.»

«Chi?»

«La Sirte. Hanno chiamato che sarà un’ora. Non l'hanno vista e volevano sapere come mai. Ho detto che sta poco bene. Non sapevo cosa rispondere. Magari sta poco bene sul serio. Stamattina non l’ho vista e ho pensato, forse è indisposta, meglio lasciarla dormire. Di solito non sgarra di un minuto quando deve andare al lavoro. Quelli della Sirte si sono raccomandati che telefonasse in ufficio appena possibile, hanno bisogno di sapere a proposito di una pratica. A chiamare è stata una sua collega, la Pierina.»

Fincato annuisce. «Alberto, ascolta. L'Enrica l'abbiamo trovata noi.»

L'uomo chiude un attimo gli occhi. «Un incidente?» Scuote la testa e abbandona di colpo le mani sul tavolo.

«Sì, l’Enrica è morta.»

«Un incidente?» ripete uomo e guarda Fincato.

«No, non è stato un incidente.» Il tenente prende una seggiola e si siede accanto ad Alberto Moretti, gli parla sottovoce stringendogli una spalla. Gli parla per diversi minuti e a un certo punto gli passa la mano sulla schiena. L'uomo rimane a testa china, immobile. Si guarda le mani sul tavolo.

«Capisci», gli dice Fincato, «che devo farti delle domande.»

«Adesso?»

«Adesso e magari dopo. Anche a tua moglie, alla Tina.»

«Proprio a lei sto pensando. Devo chiamarla.»

«Lascia che ci pensi io. Così la facciamo anche accompagnare. Lascia fare a noi. È meglio, dammi retta.»

Alla porta del retrobottega si affaccia la commessa che ora ha indossato un grembiule rosa. «C'è al telefono la signora Locatelli per quel rinfresco che avevano chiesto. Cosa le dico?»

L'uomo la guarda a fatica. «La Locatelli?» È come se nella voce trattenesse un sospiro. «No – dille che non possiamo. Che siamo chiusi. Siamo chiusi per lutto.»


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3.

IL TENENTE FINCATO



Quando Iacullo gli porta il secondo caffè, il tenente Silvio Fincato ha già terminato di sfogliare i quotidiani di Milano, Bergamo, Brescia, Piacenza e Cremona. Un'abitudine, quella dei giornali locali, che gli è rimasta da quando, ancora giovane, l’avevano assegnato a una sorta di servizio stampa.

L'ufficio di Fincato non è molto ampio. Una scrivania e un piccolo armadio di legno scuro, alcune sedie, un tavolino addossato al muro sotto la finestra, un altro accanto alla porta. Sul davanzale, un vaso con l’edera. Due o tre settimane e si potranno mettere fuori gerani. I muri sono disadorni salvo, dietro la scrivania, la foto del presidente Leone e un crocefisso. Sulla scrivania il telefono, alcune cartelline grigie, due ritratti incorniciati: uno di papa Montini, l'altro è l’istantanea di un carabiniere alto e magro e di una giovane donna bionda in piazza San Marco a Venezia. Sorridono ai piccioni sospesi sopra e intorno a loro. La giovane donna tiene in mano un cartoccio di mangime. La fotografia è in bianco e nero, e non è difficile riconoscere nel carabiniere il tenente Fincato da giovane: gli stessi baffetti ma neri, lo stesso sguardo.

Accanto ai ritratti, una scritta incorniciata: Qui si fumava ma non si fuma più. È vietato.

La finestra spalancata guarda il fiume, a un centinaio di metri sulla sinistra si scorge il ponte. Il cielo è terso, l'aria entra frizzante. Fincato posa i giornali, poi si toglie gli occhialini che per leggere tiene calati sul naso, e va alla finestra. Rimane così per qualche minuto. Sotto di lui, la strada principale di Vitaliate piena del traffico che arriva dalla statale. Proprio davanti c’è il bar, poi il fiorista, l'orefice, il negozio degli articoli sportivi. Veloce un motorino con due ragazzini si infila tra auto e tir. Fincato scuote la testa; portandosi una mano all'altezza dello stomaco se lo comprime lievemente.

Una voce alle sue spalle – «Tenente, non è che il caffè le faccia bene allo stomaco.»

Fincato si volta: sulla porta c'è il maresciallo Migliorati. «Però mi fa bene per altre cose,» risponde. «Chiami anche Iacullo. Facciamo il punto prima di parlare con la procura.»

Torna a sedersi dietro la scrivania e in quell'istante si sente squillare un telefono. Subito l’appuntato Iacullo si affaccia nell'ufficio, l'aria sconsolata. «È la procura. In anticipo.»

«Passamela. Faremo il punto della situazione man mano.»

Pochi istanti dopo Iacullo ricompare tenendo tra le braccia un raccoglitore pieno di fogli e alcune grandi buste gialle. Fincato solleva la cornetta. «Dottor Molinari, buongiorno. No, non c'è problema. Suo fratello? Ah, bene, sono proprio contento. Quando l'ho saputo mi ero preoccupato. Tutto è bene quel che finisce bene.» Fincato fa segno al maresciallo Migliorati di passargli una cartellina. «L'umore? Per capirlo basta scorrere l’elenco di quel che ci siamo ritrovati nel giro di un paio di giorni.

«Dunque. Il 21 marzo verso le sette e trenta antimeridiane tale Ferrari Mauro, ventidue anni, viene trovato dal fratello nel box sotto casa col cranio asportato da un colpo di fucile da caccia. Probabilissimo suicidio, direi.

«Come lei già sa, il giorno successivo, 22 marzo, tra le sei e le sette antimeridiane sul greto del fiume ma praticamente in Vitaliate due pescasportivi rinvengono tale Bergamaschi Sandro, sessantadue anni. Un coltello conficcato nel collo sotto l'orecchio sinistro. Coltello da caccia o da pesca.

«Sempre il 22 mattina e sempre qui in comune di Vitaliate, lungo il fiume in località denominata Chiuse, praticamente una discarica, viene trovato il corpo di Banfi Luigia detta Luisita. Schedata come prostituta. Apparentemente strangolata e tanto per gradire sodomizzata con una bottiglia di Coca Cola.

«Mica è finita. Il giorno dopo, 23 marzo intorno alle ore sei, in località Fontana tra Vitaliate e Rigolo d’Adda, in una Golf di sua appartenenza viene rinvenuta morta Moretti Enrica, ventiquattro anni. Portiera spalancata, la ragazza riversa sul volante, chiari segni che aveva vomitato. Ho avvertito personalmente la famiglia.

«E ieri sera, 24 marzo, tale Tagliaferro Gaetano si presenta da noi alle ore venti per denunciare la scomparsa della moglie Maggi Giuliana coniugata Tagliaferro. Residenti entrambi qui a Vitaliate. Scomparsa, ha dichiarato, dal giorno 20. Il Tagliaferro Gaetano detto Luna è uno dei due pescasportivi che ieri mattina hanno rinvenuto il corpo del Bergamaschi Sandro sotto il ponte di Vitaliate.

«Chiara la situazione? Appunto. Io invece non ho ancora ben capito se dobbiamo metterci al lavoro oppure se è meglio starcene tranquilli ad aspettare di aggiungere qualche altro nome all'elenco degli assassinati. Se tanto mi dà tanto...

«Insolito, dice? Be’, a parte qualche incidente d’auto da queste parti l'ultimo morto ammazzato risaliva praticamente alla guerra partigiana. Connessioni? Vediamo…» Fincato fa un gesto ai due carabinieri. Il maresciallo Migliorati comincia a disporre delle carte sulla scrivania in modo che il tenente le abbia sotto gli occhi mentre parla. Ogni tanto gli passa degli appunti su certi fogliettini azzurri.

«Dunque...» prosegue Fincato. «Ferrari Mauro. Come dicevo, tutto sembra puntare al suicidio. Il ragazzo abitava con il fratello di nome Adriano e la di lui consorte Lia Avanzi in Ferrari. Originari del Polesine. La vittima, Ferrari Mauro, da poco congedato, aveva trovato lavoro in un vivaio qui vicino. Il fratello che lo ospitava fa il sindacalista, si occupa di scuola, insegnanti. Politicizzato quanto basta, gode di stima.

«Erano state segnalate forti liti in famiglia. Al momento non sembrano esserci agganci con gli altri episodi. Certo, procederò in tal senso. Ho già convocato il Ferrari Adriano, doveva recarsi in Inghilterra per un congresso. Poi anche sua moglie, cioè la cognata del probabile suicida. Stiamo a vedere.»

Fincato si passa la mano sullo stomaco. Indica ai due che gli stanno davanti il bicchiere vuoto sulla scrivania. Iacullo va ad aprire l’armadietto, tira fuori una bottiglia d'acqua minerale e riempie il bicchiere.

«Ed eccoci al Bergamaschi Sandro. Un'istituzione, qui a Vitaliate. Negozi di scarpe in tre località, il primo qui in paese ereditato dal padre in quanto figlio unico. Gli altri due a Bergamo e a Salò li ha messi su lui. In passato persona di riferimento del pc di zona ma nel ‘68 lascia il partito, entra nel psi con l’incarico di caposezione. Ultimamente si è tirato fuori anche dai socialisti. Volevano presentarlo alle comunali, ma sembra abbia rifiutato. Pare che preferisca – anzi, preferisse – manovrare da dietro le quinte. In attesa di divorzio, convive con una donna di trent’anni più giovane. Gran seduttore. Amanti d'ogni genere e tipo. Si dice non ci sia sposa a Vitaliate che non se lo sia fatto entrare in casa perlomeno una volta. Insomma, nel privato un anticonformista a tutta birra. Sembrerebbe che imponga, cioè che imponesse alla convivente la presenza delle amichette di turno. Nel senso che giravano per casa. Comunque, sempre in prima linea nel recupero dei drogati, nell'assistenza agli emarginati. Ha personalmente guidato camion pieni zeppi di medicinali fino in Albania e in altri posti. Quando partiva per poco non c'era la banda municipale a salutarlo. Presidente dei pescasportivi – insomma, mille interessi, porto d’armi, due auto, motocicletta.»

Fincato si prende un sorso d’acqua. «Da considerare il fatto che Maggi Giuliana in Tagliaferro, la cui scomparsa come le dicevo è stata denunciata dal marito Gaetano, viene data come una delle fiamme più recenti del Bergamaschi. E il Tagliaferro Gaetano, marito appunto della presunta scomparsa Maggi Giuliana, era come ho spiegato uno dei due pescasportivi che hanno rinvenuto il corpo del Bergamaschi sotto il ponte di Vitaliate. L’altro si chiama Rovati Eriberto, sessantadue anni anche lui e pure lui qui di Vitaliate, insegna al liceo.

«Passiamo alla prostituta Banfi Luigia coniugata Bettoni – probabile classica vittima da marchetta. Trovata da un operaio che si era recato nella discarica per buttarci dei calcinacci. Come lei ben sa si sta cercando di rintracciare il marito, Bettoni Ettore, emigrato cinque anni fa in Germania. Non sembrano esserci collegamenti con gli altri casi. Staremo a vedere anche qui.

«Poi Moretti Enrica, la ragazza trovata nella sua auto.

«Anni ventiquattro, impiegata alla Sirte, un'azienda locale che assembla televisori. Figlia di Moretti Alberto, proprietario della migliore pasticceria della zona. Oltretutto un amico. Anche la madre, Celani Tina. Gente perbene, casa chiesa lavoro. Originario delle Marche come la moglie, Moretti ha fatto anche l'assessore qui a Vitaliate, democristiano, ma non ha voluto ripetere l'esperienza. Gente che sta bene. Enrica era la più giovane di due figli, il primo è un maschio, Andrea, lavora alla Snam. Vive con la moglie a Metanopoli. Quanto alla vittima, Enrica Moretti, un buon impiego, che si sappia mai avuto storie. L'ha trovata uno che la mattina presto fa le stalle con l’autobotte, per il latte. Si è incuriosito vedendo l'auto parcheggiata nella piazzola di un distributore in disuso, portiera aperta e fari accesi. Un posto isolato tra due abitati, il fiume scorre a meno di cento metri, lì davanti c'è una specie di Lido – un bar, una spiaggetta frequentata più che altro da pescatori e dai topi. Come già riferito, la giovane stava al posto guida riversa sul volante, aveva vomitato fuori e anche dentro l’abitacolo. Indumenti insudiciati ma in ordine.

«Questo è quanto. I giornalisti? Certo, faremo il possibile. D'accordo, dottore, trasmettiamo il tutto. La saluto, grazie. Altrettanto, buona giornata e a presto.»

Fincato mette giù la cornetta, guarda il maresciallo e l’appuntato in piedi davanti a lui. «Sta muovendosi la stampa, nel senso che quattro morti in due giorni, tutti qui a Vitaliate, possono incrementare le tirature. Se poi aggiungiamo la scomparsa della Tagliaferro... Ragazzi, qualsiasi intervento di giornali, radio o tivù che sia, va smistato a me e se non sono disponibile dite che devono avere pazienza. Dovessero presentarsi di persona, idem. Parlano con me e basta. Dobbiamo muoverci senza lasciargli il tempo di montare il caso e fare fanfara.

«Dunque. Alle dieci ho il Ferrari Adriano. Alle dodici la moglie.

«Tu, Iacullo, vai con Pautasso e mi mettete insieme vita e miracoli della Banfi: la morte la sappiamo già. C’è l’autorizzazione per un’ispezione in casa sua. Poi vedremo cosa dirà l'autopsia. Ed entro stasera massimo domattina voglio parlare con la convivente del Bergamaschi e col Tagliaferro Gaetano, quello della moglie scomparsa. Anche con quel pescatore che era insieme a lui quando hanno trovato Bergamaschi. Come si chiama? Ah sì… Rovati. Voi guardatevi in giro, annusate, ascoltate. Chiacchierate soprattutto con i baristi, col barbiere, con le puttane. Senza dimenticare i preti della parrocchia.»

Quando Migliorati e Iacullo sono usciti Fincato prende il bicchiere e sorseggia lentamente. Si alza e rimane un istante immobile davanti alla scrivania. Osserva i ritratti, si china verso la fotografia scattata in Piazza San Marco e passa lievemente il polpastrello dell'indice destro sul viso della giovane donna bionda.

Si preme una mano sullo stomaco, e torna a sedersi ripigliando il bicchiere.